Università di Torino: Dipartimento di Scienze Giuridiche

Tecniche Interpretative della Corte Costituzionale

Sentenza numero 0028 del 1969 inserita nel sistema il 10/11/2012
Pronuncia: Pronuncia di accoglimento parziale (o riduttiva)
Disposizione oggetto: codice di procedura penale art.553 comma 1 comma 2:
-Argomento psicologico (ricorso alla volontà del legislatore concreto)
-Argomento della coerenza (orizzontale: interlegislativo)

N. 28
SENTENZA 14 FEBBRAIO 1969

Deposito in cancelleria: 5 marzo 1969.
Pubblicazione in "Gazz. Uff.le" n. 66 del 12 marzo 1969.
Pres. SANDULLI - Rel. REALE

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Prof. ALDO SANDULLI, Presidente - Prof.
GIUSEPPE BRANCA - Prof. MICHELE FRAGALI - Prof. COSTANTINO MORTATI -
Prof. GIUSEPPE CHIARELLI - Dott. GIUSEPPE VERZÌ - Dott. GIOVANNI
BATTISTA BENEDETTI - Prof. FRANCESCO PAOLO BONIFACIO - Dott. LUIGI
OGGIONI - Dott. ANGELO DE MARCO - Avv. ERCOLE ROCCHETTI - Prof. ENZO
CAPALOZZA - Prof. VINCENZO MICHELE TRIMARCHI - Prof. VEZIO CRISAFULLI
- Dott. NICOLA REALE, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 553, n. 2,
del Codice di procedura penale, promosso con ordinanza emessa il 7
dicembre 1967 dalla Corte di cassazione - sezione terza penale - nel
procedimento di revisione di decreti penali emanati a carico di Tiozzo
Alberto, iscritta al n. 24 del Registro ordinanze 1968 e pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 84 del 30 marzo 1968.
Udita nella camera di consiglio del 30 gennaio 1969 la relazione
del Giudice Nicola Reale.

Ritenuto in fatto:

Con ricorso depositato il 16 giugno 1966 il signor Alberto Tiozzo
propose istanza di revisione riguardo a due decreti penali in data 11
novembre 1965, divenuti esecutivi, con i quali il pretore di Vicenza lo
aveva condannato all'ammenda complessiva di lire 121.000, in quanto
colpevole di varie contravvenzioni, per omesso versamento di contributi
assicurativi e previdenziali e per aver mancato di adempiere a
comunicazioni e registrazioni per un lavoratore dipendente.
Il ricorrente giustificava l'istanza esponendo che lo stesso fatto
posto a fondamento dei predetti decreti di condanna, l'esistenza cioè
di un rapporto di lavoro subordinato, era stato dichiarato non
sussistente con la sentenza pronunziata, il 26 gennaio 1966, dal
medesimo giudice: sentenza di assoluzione in palese contrasto con i
precedenti decreti e tale, quindi, da legittimare la revisione, ai
sensi dell'art. 554 del Codice di procedura penale.
In via preliminare, peraltro, il Tiozzo denunziava l'illegittimità
costituzionale della norma di cui all'art. 553, n. 2, del Codice di
procedura penale, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione,
in quanto essa ammette la revisione in materia contravvenzionale
soltanto a favore dei condannati per contravvenzione, che, in
conseguenza della condanna, siano stati dichiarati contravventori
abituali o professionali, e preclude quindi, nel caso di specie, la
possibilità dell'annullamento dei ricordati decreti di condanna.
La Corte di cassazione, sezione terza penale, con ordinanza 7
dicembre 1967, ha ritenuto la questione, nei termini anzidetti, non
manifestamente infondata. Ha osservato che l'istituto della revisione,
come mezzo straordinario di impugnazione contro sentenze irrevocabili
di condanna, ha lo scopo di riparare un errore giudiziario, così come
previsto dall'art. 24, ultimo comma, della Costituzione, e che, in
riferimento appunto a questa finalità, sembra dubbia la compatibilità
col principio costituzionale di eguaglianza (art. 3 Cost.) della
disposizione dell'art. 553, n. 2, del Codice di procedura penale, in
quanto essa limita ai soli contravventori abituali e professionali la
legittimazione a chiedere la revisione senza una logica e razionale
giustificazione.
L'ordinanza è stata notificata al ricorrente e al Presidente del
Consiglio dei Ministri il 6 febbraio 1968, al Pubblico Ministero il 7
febbraio successivo; è stata comunicata ai Presidenti della Camera dei
Deputati e del Senato il 3 febbraio 1968 e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale n. 84 del 30 marzo 1968.
In difetto di costituzioni nell'attuale giudizio, la questione, ai
sensi dell'art. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e
dell'art. 9, primo comma, delle Norme integrative 24 marzo 1956, è
stata esaminata da questa Corte in camera di consiglio.

Considerato in diritto:

L'art. 553 del Codice di procedura penale ammette, in ogni tempo e
nei casi determinati dalla legge, la revisione delle sentenze di
condanna, divenute irrevocabili, nel n. I indistintamente a favore dei
condannati per delitto e nel n. 2 a favore dei soli condannati per
contravvenzione, che in conseguenza della condanna siano stati
dichiarati contravventori abituali o professionali.
Questo limite, apposto in materia contravvenzionale alla
legittimazione al ricorso per la revisione, è denunziato, con
l'ordinanza della Corte di cassazione, per i seguenti motivi.
Sul presupposto che l'istituto della revisione, come mezzo di
impugnazione straordinaria contro le sentenze irrevocabili di condanna,
ha lo scopo di riparare un errore giudiziario, così come previsto
dall'art. 24, ultimo comma, della Costituzione, la Corte esprime il
dubbio che, condizionandosi ad una qualità personale dell'interessato
la facoltà di esercitare il diritto di impugnazione, rimanga violato
il principio dell'eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge
(art. 3 della Costituzione).
La norma impugnata, secondo la Corte di cassazione, importa
disparità di trattamento in danno dei soggetti condannati per
contravvenzione, tanto nei confronti di coloro che, dopo analoga
condanna, sono anche dichiarati contravventori abituali o professionali
(nei casi rispettivamente stabiliti dagli artt. 104 e 105 del Codice
penale), quanto nei confronti delle persone giudicate colpevoli di
delitti ed ammesse indiscriminatamente a proporre l'istanza di
revisione.
Ciò, si aggiunge, senza che la differenza di trattamento risponda
a criteri di razionalità e ad obiettivi presupposti logici.
La questione è fondata.
L'istituto della revisione si pone nel sistema delle impugnazioni
penali quale mezzo straordinario di difesa del condannato ed è
preordinato alla riparazione degli errori giudiziari, mediante
l'annullamento di sentenze di condanna, che siano riconosciute ingiuste
posteriormente alla formazione del giudicato.
Esso risponde all'esigenza, di altissimo valore etico e sociale, di
assicurare, senza limiti di tempo ed anche quando la pena sia stata
espiata o sia estinta, la tutela dell'innocente, nell'ambito della più
generale garanzia, di espresso rilievo costituzionale, accordata ai
diritti inviolabili della personalità.
La revisione è necessariamente subordinata a condizioni,
limitazioni e cautele, nell'intento di contemperarne le finalità con
l'interesse, fondamentale in ogni ordinamento, alla certezza e
stabilità delle situazioni giuridiche ed alla intangibilità delle
pronunzie giurisdizionali di condanna, che siano passate in giudicato.
Ma l'evoluzione della nostra legislazione positiva dimostra una
graduale estensione delle categorie dei soggetti in favore dei quali la
revisione dei giudicati penali è stata ammessa, sul riflesso di un
sempre più accentuato favor per la tutela degli interessi materiali e
morali di chi sia stato a torto condannato.
Il detto rimedio, previsto come eccezionale nel Codice di rito del
1865, acquistò, nel Codice di procedura penale del 1913, la figura di
mezzo di impugnazione, ancorché straordinario, di tutte le sentenze di
condanna irrevocabili per delitto.
E soltanto il legislatore del 1930 ne estese l'ambito di
applicazione ai condannati a titolo contravvenzionale, nei limiti sopra
ricordati.
visualizza testo argomento Dai lavori preparatori risulta che tali limiti erano intesi la non
provocare giudizi di revisione per reati lievissimi, non importanti
alcuna menomazione morale, mentre ad altri pregiudizi avrebbe potuto
sopperire la concessione della grazia.
L'estensione dell'istituto, a favore dei condannati dichiarati
contravventori abituali o professionali, venne spiegata, d'altra parte,
con la gravità di tale dichiarazione, per gli effetti ad essa
conseguenti.
Dopo l'entrata in vigore della Costituzione (a parte la legge 23
maggio 1960, n. 504, che ha dettato nuove norme solo in materia di
riparazione degli errori giudiziari accertati in sede di revisione),
l'istituto ha subito modifiche per effetto della legge 18 giugno 1955,
n. 517, e della successiva legge 14 maggio 1965, n. 481, che, fra
l'altro, ha ampliato il numero dei casi di revisione e i limiti di essa
(artt. 554 e 555).
Ma le innovazioni non hanno riguardato l'art. 553, n. 2, e, quindi,
è rimasta ferma l'esclusione, dal diritto all'accertamento dell'errore
giudiziario, di coloro che siano stati condannati per contravvenzione e
non siano stati dichiarati, in conseguenza, contravventori abituali o
professionali.
visualizza testo argomento Orbene tale esclusione appare in evidente violazione del principio
di eguaglianza (art. 3, primo comma, della Costituzione).
Se, infatti, per una esigenza di giustizia sostanziale (che ha
riflesso nei principi enunciati nell'art. 24, quarto comma, Cost.)
l'istituto della revisione è stato positivamente preordinato anche a
tutela di coloro che siano stati ingiustamente condannati per
contravvenzione, la restrizione contenuta nella norma impugnata, in
danno della parte più numerosa dei condannati predetti, appare
evidentemente non sorretta da motivi razionali e logicamente
rispondenti ad una obiettiva diversità di situazioni.
È appena il caso di ricordare che il legislatore, di fronte alle
difficoltà di stabilire un criterio sostanziale di differenziazione
fra delitti e contravvenzioni, ritenne opportuno adottare il criterio
meramente estrinseco e formale della diversa specie di pena principale
stabilita per ciascuna delle due categorie (art. 39 Cod. pen.):
l'arresto e l'ammenda per le contravvenzioni.
Tali sanzioni possono, in concreto, risultare di notevole gravità,
ove se ne considerino la natura e i limiti quantitativi nonché le
altre conseguenze previste dalla legge penale.
Con l'arresto, la restrizione della libertà personale del
condannato può giungere sino ad un massimo di tre anni, aumentabili
sino a cinque e a sei anni, se concorrono, rispettivamente, piu
circostanze aggravanti o più reati.
D'altra parte l'ammenda (convertibile in arresto fino ad un massimo
di due anni e, in caso di concorso di reati, di tre anni), può
ascendere alla somma di lire 400.000, aumentabile fino al triplo per le
condizioni economiche del reo e può non essere limitata nelle ipotesi
di determinazione proporzionale del suo ammontare, mentre dei massimi
molto elevati risultano preveduti anche da leggi speciali.
La condanna per contravvenzione può importare pene accessorie, le
quali incidono gravemente sulla sfera soggettiva del condannato, come
la sospensione dall'esercizio da una professione o da un'arte e la
pubblicazione della sentenza di condanna nonché, in casi determinati,
altre che sono proprie dei delitti.
E può, altresì, avere effetti sul giudizio circa la capacità
dell'imputato a commettere ulteriori infrazioni, nei casi di recidiva,
o per l'applicazione di una misura di sicurezza, come la libertà
vigilata, che, talora, è comminata indipendentemente dalla
declaratoria di abitualità o professionalità nel reato.
Detta condanna è inoltre soggetta, salvo alcuni temperamenti, ad
iscrizione nel casellario giudiziale e comporta, con l'obbligo delle
spese processuali, anche quello (enunciato nell'art. 185 Cod. pen.)
delle restituzioni e del risarcimento del danno, nei casi in cui il
fatto accertato ne abbia arrecato a terzi.
Le situazioni, conseguenti all'applicazione delle norme sopra
menzionate, dimostrano come in molti casi, diversi da quelli
contemplati dal legislatore nell'art. 553, n. 2, del Codice di
procedura penale, la condanna per contravvenzione possa causare serio
pregiudizio non solo alla libertà e al patrimonio, ma anche alla
onorabilità e alla dignità morale e sociale dei soggetti.
Beni morali che devono essere tutelati di fronte alla riprovazione
sociale, la quale, anche indipendentemente dalla specie e dalla misura
della pena inflitta, accompagna la dichiarazione giudiziale di
colpevolezza in ordine a taluni reati contravvenzionali.
Tale riprovazione è determinata da valutazioni etico-sociali della
condotta dei soggetti, in quanto ritenuta lesiva di principi
fondamentali della civile convivenza, quali ad esempio la pubblica
fede, la incolumità individuale, la pubblica salute e il buon costume,
che risultano salvaguardati anche nei confronti di mere situazioni di
pericolo e per fini di prevenzione, da norme ipotizzanti reati
contravvenzionali, contenute nel Codice penale e in leggi speciali.
Dalle considerazioni che precedono emerge che la discriminazione
operata dal legislatore in danno di alcune categorie di condannati per
contravvenzione, come eccezione all'esercizio del diritto di veder
riconosciuta la propria innocenza, anche avverso le risultanze di un
giudicato e quale che sia il reato per cui è intervenuta condanna,
lede il principio di eguaglianza, in quanto non ha alcuna apprezzabile
rispondenza alla realtà e non è basata su presupposti logici ed
obiettivi, che valgano a giustificarne l'adozione.
Pertanto la norma dell'art. 553, n. 2, del Codice di procedura
penale va dichiarata costituzionalmente illegittima, nella parte in cui
limita il diritto di chiedere la revisione di condanna per
contravvenzione al solo caso che, in conseguenza di essa, il condannato
sia stato dichiarato contravventore abituale o professionale.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 553, n. 2, del
Codice di procedura penale limitatamente alle parole: "se in
conseguenza di essa il condannato è stato dichiarato contravventore
abituale o professionale".
Così deciso in Roma, in camera di consiglio, nella sede della
Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 febbraio 1969.
ALDO SANDULLI - GIUSEPPE BRANCA -
MICHELE FRAGALI - COSTANTINO MORTATI
- GIUSEPPE CHIARELLI - GIUSEPPE
VERZÌ - GIOVANNI BATTISTA BENEDETTI
- FRANCESCO PAOLO BONIFACIO - LUIGI
OGGIONI - ENZO CAPALOZZA - VINCENZO
MICHELE TRIMARCHI - VEZIO CRISAFULLI
- NICOLA REALE.

 
© 2006-2017 - Dipartimento Scienze Giuridiche - Università di Torino - Periodico registrato presso il Tribunale di Torino